Produzione biologica, biodinamica, organica…
Lo scorso fine settimana ha visto protagonista il “vino naturale”. Ci si riferisce al lavoro in vigna: preparati biodinamici e verderame in contrapposizione all’utilizzo di pesticidi, consentito nelle colture tradizionali. Lavoro in cantina: bando all’aggiunta di solfiti e derivati. Quali i vantaggi e i limiti di questa tendenza che, come spesso accade, rischia di volgere in derive modaiole anche in virtù di un riscontro commerciale in evidente crescita?
Viniveri (Cerea -VR), Vinnatur (Villa Favorita -VC), Vivit al Vinitaly (Verona), le rassegne ormai note agli addetti ai lavori e agli appassionati, hanno fatto da vetrina a produttori del naturale, non solo italiani (Francia, Slovenia, Spagna, Germania, Portogallo tra gli altri).
Quali le sensazioni riportate?
Grande entusiasmo e autenticità in molti dei giovani produttori incontrati. Energia e sogni.
Qualità? Si confermano le nostre ipotesi. Un grande territorio con peculiarità di contesto pedoclimatico ricco e dotato può regalare prodotti di eccellenza anche in assenza di solfiti aggiunti in sede di vinificazione. Questo ha valore in particolare per i rossi, naturalmente dotati del bagaglio necessario ad una buona conservazione (polifenoli, acidità fissa ecc). Si fa più complessa la questione per i bianchi, per i quali, ad esempio nella delicata fase di imbottigliamento, spesso si rende necessaria l’aggiunta di qualche grammo di solfito. In questi casi bisognerebbe avere il coraggio di fare un passo indietro e sacrificare il principio ideologico a favore della qualità e della gradevolezza.
Perché un vino deve essere anche buono … o no?